NEUROSCIENZE FORENSI: CORRELATI BIOLOGICI DI PERSONALITA’ E MALATTIA MENTALE IN AULA DI TRIBUNALE

Quando la legge incontra la medicina
Ecco le «neuroscienze forensi»

Si utilizzano apparecchiature come la «macchina della memoria» a cui si è sottoposta Annamaria Franzoni

Annamaria Franzoni si è sottoposta alla «macchina della memoria»
Annamaria Franzoni si è sottoposta alla «macchina della memoria»

PISA – Anche un gene del comportamento e un articolo del codice di procedura penale possono essere legati da invisibili  connessioni. E correlazioni si possono manifestare durante un dibattimento tra una toga e una Tac e tra la tecnica dello Iat (un test computerizzato sui ricordi) e una deposizione in un’aula di giustizia. Le «neuroscienze forensi» si stanno affermando come una delle novità più importanti nelle scienze giuridiche e sempre più magistrati considerano le analisi e i test neurobiologici come elementi del processo. Di esempi ce ne sono già diversi in Italia, a volte clamorosi. Come lo sconto di pena applicato a un omicida con problemi ai lobi frontali del cervello e con una mappa genetica che dimostrava una vulnerabilità alla violenza. E ancora la dimostrazione scientifica che il delitto di un quarantenne veneto (massacrò a coltellate la fidanzata) può essere stato favorito dalla quasi totale mancanza di vitamina B12 provocata da una dieta vegana (senza integratori) protratta per più di 25 anni.ITALIA ALL’AVANGUARDIA – Nello studio delle «neuroscienze forensi» l’Italia è all’avanguardia ed è nato il primo Centro di studi e ricerche condiviso tra le Università di Pisa (Pietro Pietrini, ordinario di Biochimica clinica e Biologia molecolare clinica e direttore di dipartimento di Medicina di laboratorio e diagnostica molecolare dell’azienda ospedaliera universitaria), di Padova (Giuseppe Sartori, ordinario di Neuroscienze Cognitive) e Torino (Guglielmo Gulotta, avvocato, ordinario di Psicologia forense).  Il Centro di Studi si è costituito anche nell’Associazione diritto-mente-cervello (Di.Me.Ce.), di cui il professor Gulotta è presidente e il professor Pietrini ne è il vice.  «Studiamo le basi neurobiologiche del comportamento umano normale e deviante. – spiega Pietro Pietrini -. Il programma congiunto utilizza le moderne metodologie di studio del cervello, dalla risonanza magnetica strutturale ad alta definizione e funzionale agli studi di genetica molecolare per capire i correlati alla base del controllo del comportamento, in particolare del comportamento impulsivo e dell’aggressività , nel soggetto sano ed in presenza di disturbi psichici». Su questo argomento gli scienziati italiani hanno pubblicato importanti lavori negli ultimi anni. Tra i quali la prima dimostrazione dei meccanismi di inibizione del rilascio di comportamento aggressivo nel cervello umano. Alla ricerca il prestigioso American Journal of Psychiatry dedicò tempo fa la copertina. «Da qualche anno – continua il professor Pietrini – ci siamo dedicati anche alle potenziali applicazioni in campo psichiatrico forense e giuridico delle nuove conoscenze sui correlati cerebrali della personalità deviante e del comportamento antisociale». L’obiettivo, in parte raggiunto, è quello di rendere il più oggettiva possibile l’analisi psichiatrica. I giudici già oggi prendono in considerazioni aspetti sociali e psichiatrici dell’imputato, ma anche la sfera genetica e neurobiologica ha un aspetto fondamentale.

LA MACCHINA DELLA MEMORIA – La ricerca si muove su un orizzonte insidioso. E affronta, inevitabilmente, temi etici come quelli del libero arbitrio e del determinismo. E’ libero un uomo afflitto da geni «cattivi»?  «Non c’è determinismo nelle nostre ricerche – rispondono  Pietrini e Sartori – perché ci sono persone che hanno particolari condizioni biologiche che conducono una vita socialmente normale e altri che diventano criminali. Anche qui si riproducono situazioni simili al sociale. Ci sono soggetti con infanzia a rischio e situazioni sociali di disagio che non delinquono e altri sì. E’ ragionevole, però, che una predisposizione indotta da fattori sociali, psichiatrichi e adesso neurobiologici può avere in sede di giudizio le applicazioni di attenuanti». Il professor Sartori, direttore della Scuola di specializzazione in neurobiologia dell’università di Padova e direttore il master in neuropsicologia forense, ha inventato una «macchina della memoria» chiamata Iat impiegata già in alcuni processi.  «La macchina è basata sui tempi di reazione – spiega -. Il  soggetto davanti allo schermo di un computer deve rispondere in modo veloce a frasi che rappresentano ricordi in modo veloce. Il sistema riesce a dare un’attendibilità ai ricordi che sono la base del processo penale».  A questo esame si è sottoposta Annamaria Franzoni e i risultati sono stati di ricordi non genuini con rimozione degli stessi durante il delitto. «Sono esami neuro scientifici capaci di eliminare giudizi opinabili – spiega ancora Sartori – e dunque dare maggiori attendibilità alle perizie».  Insomma, il destino delle neuroscienze (già impiegate da tempo in medicina e chirurgia) è quello di entrare a pieno titolo nei tribunali come accaduto, se pur con lentezza, con altri esami scientifici come, per esempio, quello del Dna. Con la certezza che il loro arrivo aiuterà il giudizio ad essere sempre più obiettivo e giusto.

Marco Gasperetti

da: http://www.corriere.it/salute

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Informazioni su dott.ssa Lorena Angela Cattaneo

Neuropsicopatologa
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