I FIGLI MINORI NELLE SEPARAZIONI CONIUGALI LITIGIOSE

Cosa succede quando una coppia genitoriale coniugata e/o convivente decide di separarsi? In questi casi tutti i membri della famiglia si avviano lungo un percorso che, a seconda del grado di litigiosità dei genitori, può comportare un diverso grado di stress per ogni membro del nucleo familiare.
Parleremo in altra sede dello specifico stress cui vanno incontro i coniugi. In questa sede mi limiterò ad indicare quali specifiche difficoltà dovranno affrontare i figli nel caso di separazioni familiari di tipo litigioso.
Ciò che spesso nella pratica professionale riscontro, è che i coniugi una volta presa la decisione di separarsi, si dimenticano di essere anche e soprattutto genitori. Voglio cioè dire, che molto spesso mi capita di incontrare diadi coniugali molto centrate sulle questioni personali, pratiche ed economiche e completamente dimentichi, invece, delle necessità dei figli e delle loro precise responsabilità genitoriali.
La separazione dei genitori non è mai una buona notizia per i figli, nemmeno nelle situazioni di alta litigiosità all’interno del nucleo familiare, purtuttavia, in questi ultimi casi, la divisione è consigliata dai tecnici del settore. In effetti, l’assistere ed essere coinvolti in incessanti liti genera nei figli uno stato di disagio maggiore rispetto a quello che creerebbe il vivere l’effettiva disgregazione della famiglia di origine.
I bambini che vivono una scissione del nucleo familiare vanno spesso incontro a sentimenti di colpa ed autosvalutazione. In genere, questo accade soprattutto ai figli piccoli e preadolescenti, comprendendo in queste due categorie, i minori di età compresa tra i 0 e i 12 – 13 anni. Soprattutto i bambini più piccoli, non avendo ancora gli strumenti necessari per comprendere le motivazioni della separazione genitoriale, tendono a giustificarla addossandosi la colpa, pensando, cioè, che i genitori si stiano separando a causa loro. Tutto questo determina a livello comportamentale, nella stragrande maggioranza dei casi, un ritiro sociale da parte del bambino con abbassamento del tono dell’umore e, spesso, l’avvio di veri e propri stati depressivi che possono arrivare ad essere di grado marcato, per i quali si rende dunque necessario un intervento psicologico di supporto.
Altri bambini, invece, a seconda delle proprie caratteristiche temperamentali, tendono a diventare maggiormente aggressivi, manifestando così apertamente il proprio dissenso e disagio, oppure tendono a riempire il proprio tempo di attività, spostando la propria attenzione e le proprie energie in ambiti diversi. Non di rado, capita di vedere bambini che a seguito della fase di avvio della separazione genitoriale, si concentrano sempre di più sulla prestazione scolastica, eccellendo in qualità di studenti. Anche questo dovrebbe essere tenuto in considerazione dai genitori come eventuale campanello di allarme della presenza di un disagio, qualora fossero contemporaneamente presente un ritiro sociale e/o un abbassamento del tono dell’umore o, all’opposto, un’iperattivazione rispetto a più aree di funzionamento sociale (sport, attività extra-scolastiche, hobbies, impegni amicali): in tutti questi casi, infatti, il minore si crea una fonte di gratificazione personale altra rispetto a quella familiare. Il reale problema alla base di questo spostamento del focus gratificante nel bambino, risiede nel fatto che minori con questa caratteristica tendono a mettere in secondo piano il proprio mondo emotivo – affettivo e a privilegiare quello cognitivo. Congelano le proprie emozioni e rischiano di non progredire verso quello sviluppo integrato di tutte le componenti costituenti l’essere umano, che i vari carteggi sui diritti del bambino si sforzano di garantire a livello normativo.
Tuttavia, la prova più ardua cui i bambini vanno incontro in fase di separazione è il doversi sottoporre ad una CTU, ovvero ad una Consulenza Tecnica d’Ufficio. La CTU è lo strumento di cui dispone il giudice, che gli permette di valutare, tramite uno specialista di sua fiducia ed iscritto come consulente negli elenchi del Tribunale di appartenenza, le caratteristiche personologiche e caratteriali dei due genitori, del bambino e le loro relazioni. Tramite una CTU, cioè, il giudice acquisisce informazioni utili al suo compito di decidere il miglior collocamento possibile per il minore. Nella pratica, in genere quando viene disposta una CTU è perché i genitori presentano un’alta conflittualità e rivendicano, ciascuno per sé, la collocazione esclusiva o permanente dei figli. In queste situazioni, il bambino viene spesso coinvolto in un turbinio di vicende legali che non gli garantiscono esperienze utili per poter affrontare in modo adeguato la separazione familiare.
Una CTU consiste in una serie di incontri da parte dei genitori e del minore (spesso, però, vengono coinvolte anche altre persone che hanno a che fare direttamente con il bambino: nonni, zii, eventuali nuovi compagni dei genitori, insegnanti, pediatri) con uno specialista dell’area psicologica. All’interno di tale ciclo di incontri, l’esperto ha il compito di effettuare una valutazione circa le dinamiche relazionali e le caratteristiche psicoemotive attuali ed eventualmente pregresse di tutto il nucleo familiare. Egli deve, in sostanza, comunicare al giudice, motivando le proprie conclusioni, quali possono essere le soluzioni migliori per aiutare il minore a gestire ed eventualmente superare la disgregazione del proprio nucleo familiare. Per svolgere il proprio compito, ovviamente, lo specialista deve vedere anche il bambino e, a seconda dell’età, è anche probabile che decida di sottoporlo ad una valutazione psicodiagnostica tramite l’utilizzo di tests psicologici e personologici standardizzati, utili per rilevare il suo stato psicoemotivo attuale e la presenza di eventuali traumi. Tutto questo richiede, ovviamente, un grande dispendio di energia per i minori, che si vedono costretti ad affrontare situazioni e dinamiche che li coinvolgono direttamente come persone a livello intimo. A maggior ragione, se i due genitori e la relative cerchie familiari di appartenenza (nonni, zii, ecc.) iniziano a porre pressioni sul bimbo, proprio in vista dei colloqui con lo psicologo, circa cosa deve andare a dire allo specialista, per mettere in buona luce le adeguate competenze genitoriali e di accudimento del proprio microcosmo relazionale e sminuire, invece, quelle relative al microcosmo relazionale antagonista. In questi casi il bimbo è calato in una vera e propria “guerra” che, se lungamente protratta, sicuramente genera dei traumi all’interno del suo mondo emotivo-affettivo.
Se i genitori riuscissero a gestire la propria litigiosità (che spesso è dovuta a questioni di rivendicazione strettamente personali) in modo responsabile, i figli non farebbero le spese di decisioni che non appartengono loro e per le quali non dovrebbero pagare così tanto dal punto di vista personale. Si tratta, per i genitori, di vivere in modo assennato e maturo un percorso che li porta a camminare lungo strade diverse di vita come coniugi, pur mantenendo la ferma consapevolezza che un legame tra loro è presente ed è un legame che si concretizza nell’esistenza di una persona terza che dipende da loro per il proprio benessere psicofisico e che necessita tutela e protezione maggiori, proprio per la specifica criticità della situazione che sta attraversando.

dott.ssa Lorena Angela Cattaneo
Psicopatologo Forense
Psicodiagnosta Clinico e Forense

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Informazioni su dott.ssa Lorena Angela Cattaneo

Neuropsicopatologa
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