L’AGGRESSIVITA’ TRA NEUROSCIENZE E PSICOPATOLOGIA

L’aggressività risulta essere un fenomeno comportamentale che ha interessato lo studio sperimentale sotto diversi punti di vista ed inquadramenti disciplinari: gli studi a livello psicologico, sociologico, etologico e, nell’ultimo decennio, grazie all’evolvere delle tecniche di neuroimaging, gli studi di carattere neuroscientifico accompagnati da quelli genetici. In realtà, così come per ogni tipo di comportamento umano, anche quello aggressivo non può essere spiegato in modo esaustivo limitandosi agli studi di un solo settore disciplinare: la scienza psicologica non può, da sola, dar conto di un fenomeno tanto complesso, all’interno del quale intervengono sì questioni legate alla psicologia dell’individuo e allo specifico MOI introiettato durante l’infanzia, ma intervengono, anche, sicuramente fattori socio – ambientali (esposizione ad ambienti predisponenti come ad esempio quartieri degradati, famiglie violente ed abusanti, genitori psichiatrici, ecc.) ed una certa predisposizione genetica. Appare, dunque, necessario impiegare una cornice teorica di studio che tenga conto di tutte queste variabili nel dar conto della condotta aggressiva; per tale motivo in questa sede si adotterà, quale approccio teorico di riferimento, quello bio – psico – sociale.
Tale approccio rientra pienamente nell’ambito delle neuroscienze cliniche del comportamento, quell’insieme, cioè, di discipline con statuto epistemologico differente che, congiuntamente, cercano di spiegare l’agire dell’essere umano. All’interno delle neuroscienze si ritrovano, infatti, materie di studio quali la biologia molecolare, la neuroanatomia funzionale e strutturale, la psicologia sociale e cognitiva, la neurofisiologia e la neurochimica. Si cerca, in sostanza, di integrare saperi diversi nel tentativo di chiarire, tramite un approccio il più possibile olistico, l’evolversi della dinamica comportamentale nell’uomo, di per sé materia di studio altamente complessa e determinata da più variabili.
L’approccio biopsicosociale in psichiatria si sforza, secondo l’orientamento di Meyer (1958), di integrare gli aspetti organici sottostanti al comportamento ed alla malattia mentale con quelli psicodinamici. Meyer, infatti, considerò la malattia mentale come una forma di reazione psicopatologica della personalità legata alle peculiarità biologiche, psicologiche e sociali dell’individuo interessato (Fassino, Daga, Leombruni, 2007).
L’aggressività, di per sé, non è considerata tratto patologico. In realtà, in ambito clinico, si parla di iperaggressività quale fenomeno degno di nota. Il comportamento aggressivo, inteso come tale, è invece un comportamento sano nell’individuo, in quanto gli permette di reagire nella giusta misura alle avversità della vita. Infatti, il significato etimologico del termine aggressività deriva dal latino “aggredior” che significa “andare avanti”, una sorta di spinta a reagire e a sopravvivere alle difficoltà che si presentano nella vita di tutti i giorni. L’aggredior diventa patologica quando ci si trova in presenza, così come sopra anticipato, di iperaggressività. Quest’ultima può essere caratteristica di disturbi psichiatrici codificati dalla comunità scientifica internazionale (DSM IV – TR), come ad esempio il Disturbo Antisociale di Personalità [301.7 DSM IV – TR], che contempla tra i criteri diagnostici “irritabilità e aggressività, come indicato da scontri o assalti fisici ripetuti” (DSM IV – TR, 2009).
Nell’animale e nell’uomo sono presenti diversi tipi di aggressività: un’utile distinzione può contemplare la differenziazione tra aggressività predatoria e difensiva. La prima risulta essere tipica di soggetti psicopatici (vd. appunto Disturbo Antisociale di Personalità) e, allo stato attuale degli studi, sembra essere innata e finalizzata a sottomettere la vittima di turno. Risulta, inoltre, essere legata all’emozione della rabbia. Nella seconda, invece, l’attacco è motivato dall’evitamento di uno stimolo vissuto come ostile alla sopravvivenza o determinante una punizione ed è associata alla paura. L’aggressività di tale tipo emerge quando un soggetto o un animale si trovano in una situazione minacciosa e non hanno possibilità di fuga.
Altra forma importante di aggressività da considerare insieme a quella predatoria, soprattutto in ambito forense, è quella determinata da instabilità affettiva e marcata disinibizione comportamentale. Questa forma di aggressività viene definita “impulsiva”, proprio perché non programmata; pare, piuttosto, essere determinata da un “moto spontaneo” (Blundo, 2011). In questo secondo caso, il soggetto, a seguito di importanti sollecitazioni psicoaffettive e a seguito di specifiche determinanti socio – ambientali, mette in atto comportamenti lesivi dell’integrità fisica dell’Alter. Spesso, l’aggressività impulsiva viene seguita dal sentimento di pentimento, tuttavia tale contrizione non garantisce dalla non ripetibilità dell’atto. Siamo, in questo caso, in presenza di soggetti psichiatrici e neurologici e/o con disturbo di personalità di tipo borderline e non con personalità antisociale.

A livello neurofisiologico, il sito cerebrale maggiormente coinvolto nella modulazione dell’aggressività sembra essere la corteccia orbito – frontale, mentre l’ipotalamo sembra essere coinvolto nell’elicitazione della rabbia (che determina poi, in soggetti predisposti, la messa in atto di agiti lesivi l’incolumità altrui o l’integrità fisica di oggetti). A livello neurochimico, comportamenti aggressivi correlano negativamente con la concentrazione serotoninergica (i comportamenti aggressivi si verificano in concomitanza con un abbassamento della concentrazione cerebrale di serotonina), mentre la riuscita del comportamento aggressivo determinerebbe un aumento dei livelli dopaminergici nei centri cerebrali deputati alla gratificazione, generando così, un rinforzo positivo e l’aumento della probabilità del ripetersi dell’azione perpetrata.
Nell’aggressività impulsiva sembrano, invece, giocare un ruolo preponderante l’incapacità di valutare adeguatamente il significato dei marcatori somatici dell’Alter ed il deficit della corteccia orbitofrontale nell’intervenire ad inibire la portata delle emozioni negative elicitate dall’amigdala. Si ha, di conseguenza, una reazione spropositata e disfunzionale rispetto all’input ricevuto a livello ambientale. Secondo Damasio si verifica, in questo caso, un forte sbilanciamento tra i meccanismi di controllo esercitati dalla corteccia orbito – frontale e da quella del cingolo anteriore, rispetto le spinte emotive originate dalle zone limbiche, soprattutto da parte di amigdala ed insula (Damasio et al, 2000). In effetti, nei soggetti con Disturbo Borderline di Personalità, studi di neuroimaging morfofunzionale evidenziano, in situazione di stimolazione emotigena di un certo rilievo, un’eccessiva attivazione dell’amigdala ed una ridotta attività della corteccia del cingolo anteriore (Blundo, 2011).
Nel Disturbo Antisociale di Personalità, invece, studi di neuroimaging evidenziano una riduzione dell’attività corticale orbito – frontale (dunque capacità di controllo) ed una riduzione anche dell’attività limbica (sede dell’elaborazione delle emozioni). Questo spiegherebbe la spietatezza di tali soggetti, capaci di compiere atti efferati senza provare il benché minimo risentimento.
A testimonianza dell’interessamento dei lobi frontali nel controllo del comportamento aggressivo, si cita il ben noto episodio di Phineas Gage, operaio inglese impiegato nella costruzione della linea ferroviaria nel 1848. Mentre Phineas cercava di sistemare una carica esplosiva per liberare il passaggio per la costruzione della ferrovia, si trovò vittima di un clamoroso incidente. La carica esplose accidentalmente ed una trave di ferro attraversò il suo cranio all’altezza dei lobi frontali. Il sig. Gage sopravvisse miracolosamente all’incidente e già tre settimane dopo tornò a vita autonoma. Tuttavia si ebbe un cambiamento repentino dei suoi tratti personologici: da persona calma e mite quale era (a testimonianza di quanti lo conoscevano), si trasformò in un soggetto con forti tratti antisociali, vittima di accessi di ira e priva di freni inibitori. La lesione ai lobi frontali determinò un radicale cambiamento nel modo di comportarsi del soggetto, il quale acquisì accentuate caratteristiche iperaggressive.

Da questa breve panoramica rispetto ai correlati neurobiologici dell’aggressività, si capisce quanto sia importante, soprattutto per l’operatore forense, conoscere le dinamiche non solo psicosociologiche legate agli agiti aggressivi, ma anche quelle di natura biologica. Questo proprio perché, nei casi di valutazione della capacità di intendere e volere secondo l’art. 85 del C.P., si insinua il dubbio, per soggetti con evidenti anomalie a livello morfofunzionale cerebrale, della parziale o totale infermità mentale. Siamo di fronte, in questo caso, all’attualissima problematica che le neuroscienze hanno sollevato in ambito forense, in merito al determinismo comportamentale. Le sentenze di Trieste prima e di Como poi, sono un evidente esempio di quanto appena affermato. Il prof. Giuseppe Sartori, docente ordinario di Neuropsicologia Forense all’università degli Studi di Padova e incaricato a Trieste di condurre la perizia d’ufficio insieme al prof. Pietro Petrini, ordinario presso il dipartimento di patologia sperimentale all’Università di Pisa, è riuscito a dimostrare e a far passare il messaggio, in ambito giudiziario, dell’importanza dell’attività cerebrale e della mappatura genetica nella valutazione del comportamento umano. Tanto più nella sentenza di Como, ove i due professori erano periti di parte e non d’ufficio. In entrambi i casi i giudici hanno concesso una riduzione della pena sulla base delle evidenze empiriche prodotte non soltanto a livello di tests neuropsicologici, ma anche e soprattutto sulla base dei riscontri di neuroimaging e della mappatura genetica dei due imputati. Nei succitati casi sono state riscontrate patologie psichiatriche determinate da una sottostante anomalia biologica: alterazione di alleli determinanti per l’espressione genica della serotonina (come abbiamo visto un abbassamento della serotonina correla positivamente con un aumento del comportamento aggressivo) e lesioni a livello frontale e della corteccia del giro del cingolo.
A ulteriore conferma del coinvolgimento dell’asse biologico nel codeterminare il comportamento aggressivo, si citano gli studi effettuati in genetica del comportamento. Prendendo in esame, ad esempio, il Disturbo Antisociale di Personalità, così come codificato dal Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, tali studi dimostrano come questo sia trasmissibile geneticamente (Nigg, Goldsmith, 1994). Una ricerca sulle adozioni dimostra che la ricorrenza familiare, per questa patologia, è determinata, in larga misura, da fattori genetici piuttosto che ambientali (Schlusinger, 1972). Sembra che il rischio di manifestare tale disturbo sia cinque volte maggiore per parenti di primo grado di un maschio affetto, sia che i soggetti interessati vivano insieme, sia che vivano in contesti ambientali separati. Addirittura, ancora gli studi di Schulsinger evidenziano che i parenti di femmine affette presentano un rischio di sviluppare la patologia, rispetto ai parenti di maschi affetti, aumentato di dieci volte. Appare a questo punto di fondamentale importanza leggere i dati succitati in un’ottica biopsicosociale: il fatto che un soggetto sia parente di un individuo con Disturbo Antisociale di Personalità, non significa che questo lo svilupperà sicuramente (in questo caso cadremmo nel famoso determinismo di stampo lombrosiano, sicuramente non funzionale all’inquadramento del comportamento dell’essere umano), significa piuttosto che questa persona, se esposta ad un ambiente elicitante (ad es. famiglia abusante e/o violenta) e se privata degli adeguati supporti per poter sviluppare una psicologia del sé in grado di controbilanciare le spinte impulsive, ha più probabilità di manifestarlo rispetto ad un soggetto che non ha tale predisposizione genetica. Ancora, uno studio di Lyons del 1995 evidenzia come la componente ereditaria sembra rivestire un ruolo maggiore nel determinare il manifestarsi della patologia in età adulta, mentre in età adolescenziale (quando si parla ancora di “Disturbo della Condotta” e non di “Disturbo Antisociale di Personalità”) sembra che prevalga soprattutto l’ambiente di riferimento (Lyons et al., 1995). Ciò lascia ben sperare rispetto all’esito di eventuali interventi preventivi volti al recupero del degrado psicosociale, soprattutto in certe aree. Infatti, così come definito da Kandel, l’ambiente riveste un ruolo importante nel determinare l’espressione genica che regola l’attività neuronale. Addirittura lo stesso Kandel avanzava l’ipotesi di poter verificare quantitativamente gli esiti di una psicoterapia attraverso studi di neuroimaging funzionale. La sua equazione era semplice: l’ambiente interviene nel modificare l’espressione genica di determinate funzionalità neuronali alla base del comportamento, dunque la psicoterapia, in quanto elemento ambientale, dovrebbe determinare un cambiamento dell’espressione genica verificabile dalla valutazione neuromorfofunzionale a livello strumentale (fMRI) (Etkin et al., 2005).

Al di là di queste “finezze” cliniche, il dato importante, in ambito forense, pare proprio essere il concorrere di cause biologiche, ambientali e psicologiche nel determinare il comportamento umano e dunque anche quello iperaggressivo.
Prendere in considerazione le neuroscienze come campo d’indagine metodologico e teorico in ambito giudiziario significa accreditare le Neuroscienze Forensi quale disciplina.
Le Neuroscienze Forensi vengono definite da Gulotta come quelle discipline che “si occupano dei dati neuroscientifici rilevanti ai fini della valutazione giudiziaria […] dell’idoneità delle teorie e delle metodologie della neuroscienza a costituire valida prova scientifica all’interno del processo” (Bianchi, Gulotta, Sartori, 2009). Si ripropone in tale contesto il dibattito che, a suo tempo, si presentò tra psichiatria e diritto. Il diritto cercava e cerca tuttora nella psichiatria un valido fondamento che possa determinare le decisioni dei giudici sulla base di prove evidenti e che si basino su ragionamenti razionali e logici. La medesima dinamica il diritto la ripropone ore con le neuroscienze forensi e, in un certo senso, in misura maggiore, in quanto le evidenze sperimentali che alcune di queste discipline sono in grado di fornire (ad es. le tecniche di neuroimaging) sono dati oggettivi incontrovertibili e i diversi esiti sperimentali sono basati su vere e proprie argomentazioni razionali e logiche. La psichiatria, invece, risente in un certo senso delle teorie psicodinamiche soprattutto in materia di diagnosi e di valutazione della capacità di intendere e volere, dunque è sempre presente un certo grado di opinabilità data dalla soggettività del tecnico che valuta la sintomatologia presentata dall’eventuale imputato.
Accogliendo in toto questo ragionamento, tuttavia, si corre il rischio di operare lo sbaglio che già Cesare Lombroso aveva commesso nel XIX secolo: accettare il determinismo biologico. L’ipotesi che la criminalità sia biologicamente determinata da anomalie morfologiche e funzionali presenti in specifiche aree cerebrali (ad esempio corteccia del cingolo anteriore) va sempre considerata in relazione all’ambiente di riferimento e alla psicologia sviluppata dal soggetto, oltre che al suo grado di intelligenza. Ecco perché, a fianco delle prove neuroscientifiche, è sempre necessario effettuare anche i classici tests neuropsicologici oltre che psicodiagnostici. Il tutto corredato da colloqui clinici ed indagini circa l’ambiente sociale di riferimento del soggetto. E’ chiaro che, nel momento in cui un soggetto presenta forti scompensi a livello morfofunzionale e anomalie a livello genetico, presenterà maggiori difficoltà, rispetto ad un soggetto con funzionalità nella norma, ad essere pieno padrone delle proprie azioni, così come inteso da Aristotele nella sua Teoria dell’Agente.
Rispetto alla definizione di pericolosità sociale, ad esempio, se un soggetto mostra evidenze empiriche strumentali legate alla disfunzionalità morfofunzionale cerebrale delle aree implicate al controllo, anomalie genetiche relative ai geni coinvolti nell’alterazione della neurochimica cerebrale a sfavore dell’autocontrollo e, in aggiunta a queste evidenze, i tests neuropsicologici e personologici ci informano di patologie psichiatriche in corso (ad esempio Disturbo Antisociale di Personalità, ma anche il tanto controverso Disturbo Borderline di Personalità), allora si dispone di elementi davvero importanti che depongono a favore della reale pericolosità sociale di quello specifico individuo. Se, oltre a ciò, i colloqui clinici e la raccolta anamnestica confermano la tendenza all’agito e se le indagini psicosociali ci informano che il soggetto vive in un ambiente degradato, allora tale diagnosi acquista un grado di certezza di un certo rilievo.
Forse bisognerebbe rifarsi, ancora una volta, alla saggezza degli antichi filosofi: già Platone nel 360 a.C., infatti, nella parte escatologica del Timeo, affermava che l’uomo diviene “malvagio” per qualche sua “prava disposizione del corpo” e/o per mala – educazione, dunque per ignoranza o per “debolezza”. Oggi, a distanza di millenni, siamo, in un certo senso, ad affermare il medesimo concetto, seppur provenendo da un excursus di studi diverso: il comportamento dell’essere umano è determinato da un insieme complesso e non isolato di variabili (biologica, sociale, psicologica).
Certo, tutto diventa maggiormente complesso quando i dati provenienti dai diversi strumenti non concordano: in linea di massima, tuttavia, quando un soggetto presenta delle anomalie a livello cerebrale queste si ripercuotono anche sulla sua psicologia, dunque i vari tests psicodiagnostici in questi casi correlano spesso positivamente con gli esiti delle indagini strumentali. In tali frangenti, la capacità di autodeterminarsi in piena libertà da vincoli, da parte del soggetto, potrebbe essere fortemente minata. Concetto, questo, da tenere presente nella valutazione dell’imputabilità di un individuo anche per quanto riguarda i disturbi codificati nell’asse II del DSM: i disturbi di personalità. In quest’ultimo caso, purtruttavia, è necessario prestare grande attenzione, perché se è vero che, generalmente, anomalie morfofunzionali cerebrali si ripercuotono sulla psicologia dell’individuo, non sempre è vero il contrario, cioè a dire: non sempre le anomalie psicologiche e comportamentali nel soggetto registrano una sottostante concausa biologica. Dunque, in quest’ottica, le neuroscienze forensi possono intervenire come grande aiuto nell’aiutare lo specialista e di conseguenza il giudice a decidere sull’imputabilità di un soggetto. Certo, tutti gli specialisti dovrebbero conoscere adeguatamente i correlati neuromorfofunzionali del comportamento e, allo stato attuale, sono davvero pochissimi gli specialisti in ambito psicologico aggiornati su tali argomenti. Sarebbe altresì auspicabile definire una linea comune per l’indagine tecnica in ambito di imputabilità: se tutti gli specialisti seguissero la medesima metodologia, si eviterebbero molte controversie che molto spesso sono l’esito esclusivo di diversi approcci teorici usati dai diversi specialisti interpellati. Assodato che l’essere umano è un’entità complessa, non appare possibile cercare di studiarne il comportamento secondo approcci settoriali. Allo stato attuale delle conoscenze, l’adeguato approccio di studio per il comportamento umano risulta essere quello che tiene conto, contemporaneamente, di variabili biologiche, psicologiche e sociali.
Dunque tenere in considerazione le neuroscienze nella determinazione della capacità di intendere e volere di un soggetto o nella determinazione della sua pericolosità sociale, non necessariamente implica negare la portata del libero arbitrio individuale. Significa, piuttosto, sapersi avvalere degli utili contributi che queste possono portare, per raggiungere un maggior grado di sicurezza nella diagnosi di patologia dei soggetti valutati.

dott.ssa Lorena Angela Cattaneo                                                                      

Psicopatologo Forense

Esperta in Neuroscienze Cliniche del Comportamento

Ref.:

Bianchi A. et al, Manuale di neuroscienze forensi, Giuffrè Editore, 2009

Blundo C. (a cura di), Neuroscienze Cliniche del Comportamento, Elsevier, 2011

Damasio Ar et al, Subcortical and cortical brain activity during the feeling of self-generated emotions, Nat Neuroscience, 2000 Oct, 3(10):1049-56

DSM IV TR, Ed. Masson, 2009

Etkin A. et al, Toward a Neurobiology of Psychotherapy: Basic Science and Clinical Applications, Neuropsychiatry, Vol. 17, Issue 2, May 2005, 145-158

Fassino, Daga, Leombruni, Manuale di psichiatria biopsicosociale, Centro Scientifico Editore, Torino, 2007

Lyons MJ et al, Differential heritability of adult and juvenile antisocial traits, Arch Gen Psychiatry, 1995 Nov, 52(11):906-15

Meyer A., Psychobiology. A science of man, T. Springfield, II, 1958

Nigg JT, Goldsmith HH, Genetics of personality disorders: perspectives from personality and psychopathology research, Psychol. Bull., 1994 May, 115(3):346-380

Schlusinger F., Psychopathy: heredity and environment, Intern. Journ. of Mental Health, 1972, Taylor and Francis

 

 

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